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Deepwater - Inferno sull'Oceano, il disastro ambientale si fa thriller

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Il 20 aprile 2010 sulla Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, si è verificato uno dei più gravi disastri mondiali causati dall’uomo. E Peter Berg l’ha voluto ricordare col film Deepwater – Inferno sull’oceano. La pellicola interpretata da Mark Wahlberg, narra una storia di vitale importanza che molti ancora non conoscono: la vicenda dei centoventisei lavoratori che si trovavano a bordo della Deepwater Horizon quel giorno, e che in un attimo, si ritrovarono catapultati nell’incubo peggiore della loro vita. Armati di solo coraggio, cercarono di far fronte a una situazione terribile e di arginare l’inferno di fuoco che si era scatenato nel bel mezzo dell’oceano, ma alcuni non riuscirono a sopravvivere.

Ecco il vero intento di Berg, perché qui, infatti, la questione ecologica dei milioni di barili di greggio riversatisi nelle acque del Golfo del Messico è sì accennata esplicitamente, ma non è focale. Di per sé l’intera narrazione verte sul valore umano, perché è un chiaro omaggio alle undici vittime del disastro e ai sopravvissuti. Di fatto, si tratta di un disaster movie a tutti gli effetti, che vira nel genere survival e che mette in luce eventi realmente accaduti, con un approccio estremamente rigoroso.

 

 

Basandosi su un articolo del New York Times, la sceneggiatura di Matthew Michael Carnahan e Matthew Sand racconta una tragica storia vera puntando sull'azione, sulla concitazione del momento, sulle emozioni dei suoi protagonisti e su immagini spettacolari. Ci fa vedere anche cosa non funzionò quel 20 aprile 2010, quando sulla Deepwater Horizon si è verificato uno dei più gravi disastri mondiali causati dall'uomo. La piattaforma trivellatrice semisommergibile situata in acque profondissime al largo della costa della Louisiana fu preda di una devastante esplosione, che ha causato un incendio e un pressoché inarrestabile sversamento di greggio sul fondo dell’oceano. Per 87 giorni milioni di persone sono rimaste incollate agli schermi televisivi, con il cuore in gola, mentre più di 50.000 barili di petrolio si riversavano sul fondo del Golfo del Messico.

 

Forse le scene che ci sono rimaste più impresse di quei giorni disgraziati sono i chilometri di fluido nero nell'oceano e gli uccelli marini in affanno, ricoperti da una viscosa coltre scura. In Deepwater - Inferno sull'Oceano non vediamo niente di tutto questo. Peter Berg si concentra sugli attimi poco prima del "blowout" e sulla devastazione nel suo deflagrante inizio. Si concentra, soprattutto, sul dramma umano dei 126 lavoratori che si trovavano a bordo della Deepwater Horizon, uomini e donne altamente specializzati che credevano di aver di fronte un faticoso turno di lavoro prima di tornare alle loro famiglie. Operai sorpresi da circostanze indomabili, sfuggite di mano, catapultati in un inferno di fuoco nel bel mezzo dell'oceano. Alla fine, prima dei titoli di coda, scorre il toccante ricordo di ciascuna delle undici vittime che non hanno mai fatto ritorno sulla terraferma.

 

Le immagini ricorrono frequentemente sui fondali profondissimi, laddove la Deepwater Horizon sta avendo le prime anomalie, ignorate da tutti. Berg punta sull'anticipazione del dramma, giocando con la tensione. Lancia tanti segnali dell'incubo imminente, dalla lattina di coca cola che esplode alla cravatta magenta, il colore del pericolo sulla piattaforma. Nonostante il numero eccessivo di elementi anticipatori, riesce comunque a tenere incollati, in attesa di quello che già tutti sanno. Dai derrick ai test di pressione, sono tanti i tecnicismi dello script, davanti ai quali l'atteggiamento migliore è abbandonarsi, non pretendendo di capire proprio tutto. Ha il suo fascino entrare in un mondo così difficile da capire per i non esperti.

 

Nonostante la sua espressività abbastanza statica, Mark Wahlberg ancora una volta conquista. È il volto dell'eroe normale dai muscoli non normali che imprime a tutto carisma serafico. Interpreta Mike Williams, padre di famiglia responsabile della supervisione dei computer e dei sistemi elettrici della piattaforma. Anche per lui è del tutto inaspettato quello che avviene alle ore 22 di quel 2 aprile, quando fiamme, palle di fuoco e gas combustibile lo inondano. Da quel momento in poi Williams ingaggia una gara contro il tempo per salvarsi e per salvare la vita dei suoi compagni. Sulla sua rotta si trova anche la vita di Andrea Fleytas, una ventirtrenne che deve far fronte alla paura più grande.

 

 

A livello, tecnico, l’impianto narrativo e registico viene trattato in maniera molto simile a L’inferno di cristallo, ma non c’è nessuna intenzione di sviscerare la parte emotiva di questa terribile vicenda, perché tutto viene violentemente rivelato, come una cruda testimonianza, uno schietto documento drammatico. In sostanza, Deepwater  – Inferno sull’oceano è un palese tributo a tutti quei cuori che quel giorno, su quella piattaforma maledetta, smisero di battere.

Deepwater in sostanza è un buon film perché è una riuscita sintesi tra il disaster movie è il film più biografico. Certo alla fine nel tentativo di non strafare e di rimanere fedeli alla storia di uomini ‘normali’ che si trovano in situazioni ‘eccezionali’, qualcosa si perde a livello di mal di pancia e di senso di partecipazione. Ma forse questo è un cinema che non vuole giustamente calcare l’onda emotiva della tragedia ma farsi piuttosto intrattenimento diverso che documenta e appassiona senza strafare e mantenendo un profondo rispetto per le storie vere dei suoi protagonisti. 

 

 

 

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